Gli strumenti? Internet e fornelli casalinghi. Così nasce a Firenze l'associazione Staseranonesco che punta ad organizzare cene casalinghe a rotazione presso gli associati. E c'è chi dal Canada prenota via Internet e vola in Toscana, per mangiare piatti sardi...Ecco una tranquilla serata a base di pesce povero e dolci dimenticati.

 Quando si dice la tempra e la lucidità. Nonna Antonietta ha 97 anni e vive a Cagliari. E' a lei che Luigi Pittalis, giovane consulente d'azienda in quel di Firenze, ha mostrato per la prima volta la bozza di statuto dell'Associazione "Staseranonesco". "E' un'ottima cuoca e una bravissima pasticcera. E ancora oggi dispensa consigli e critiche via telefono a figlie e nipoti". Così quando Gonaria, una delle figlie, nonché madre di Luigi, le ha spedito le foto delle seadas preparate per la cena che ha dato il via all'attività dell'Associazione, la nonna ha avuto molto da ridire: "Ma le potevi fare più grandi che queste facevano miseria!". D'altra parte é anche per merito di "Minuzie" come questa se uno stile tutto familiare di cucina é arrivato alla nostra generazione e prova a trasmigrare verso la prossima. Salvare l'antropologia del mangiare di casa - e attraverso questo salvare anche pezzi della propria storia personale- é l'intento di Luigi che, guarda caso, è anche il responsabile per la Toscana dei Presidi Slow Food.
"Non siamo nati contro il "caro ristoranti", anche se sono in molti a volere che nasca una "sindacato antiristoranti". Ma non era davvero questa l'intenzione. Ho iniziato a macinare su questa idea riflettendo sull'entusiasmo con cui i miei amici stranieri accoglievano gli inviti a pranzo a casa nostra. Era sempre una festa. E per me all'estero funzionava allo stesso modo. Le esperienze migliori le ho fatte a casa delle persone: é un modo fantastico per conoscere l'anima dei posti. Perché, mi sono detto, non organizzare una rete di cene casalinghe dove gli ospiti possano assaggiare i piatti strettamente legati al lessico familiare per conoscere abitudini e tradizioni? In Italia è anche più facile, noi abbiamo un grande senso dell'ospitalità, figurarsi poi i sardi! In fondo anche nei bed and breakfast ci si mettono in casa degli estranei. In più, ho pensato: vediamo se si riesce a fare una cosa buona per persone che hanno ancora molto da dare ma che, senza l'impegno del lavoro o quello della famigli, si sentono un pò ai margini. Come nel caso di mia madre. Noi siamo cinque fratelli e la nostra casa é sempre stata piena di gente. Poi a poco a poco ce ne siamo andati, ma lei é felice quando può riunirci ancora tutti intorno alla tavola".
Anche noi siamo stati felici ospiti alla cena sarda preparata da Gonaria che ha riproposto la cucina della sua terra: Orani in provincia di Nuoro. Abbiamo suonato al campanello della sua casa fiorentina dove la famiglia Pinna Pittalis viva da una ventina d'anni mentre Gonaria - e con lei le due vicine di casa, la signora Lucia e Donatella, stava incartando in carte coloratissime i "sospiri di Orani", preparati la mattina: palline dolci, zuccheratissime, a base di mandorle, scorza di limone e acquavite sarda. Abbiamo dato una mano nell'incarto e l'operazione ha favorito le immancabili chiacchiere come si conviene quando un gruppo di donne si trova intorno ai fornelli. Si parla della storica ospitalità dei sardi e di come nonna Antonietta fosse abituata a ricevere  e organizzare pranzi memorabili in un battibaleno. Come quando in una sola mattinata portò in tavola dal pollaio una gallina farcita improvvisando dal nulla un pranzo memorabile per i superiori del marito maresciallo andati in visita nello sperduto paesino del nuorese. O di quando per la laurea di una figlia organizzò ben tre tipi di rinfresco, uno per gli amici, uno per il vicinato ed uno per i parenti. La sua torta casalinga viene ricordata come fenomenale. Mentre nonno Picchiccu era goloso del melograno sgranato messo in fusione nel vino rosso che assaggeremo la sera.Intanto però bisogna sgranarlo...."E' un lavoro di pazienza, era il passatempo delle donne sedute sull'uscio di casa quando non si dovevano portare i bambini in piscina o alle lezioni di musica", dice ironica Gonaria che ci mostra il quaderno di ricette avuto in dono da nonna Antonietta per il suo matrimonio.
Mentre procede nel lavoro ai fornelli (sta preparando un intingolo a base di fave: "i sardi non amano molto i legumi ma le fave fanno eccezione"), Gonaria racconta della sua decisione presa nel 1974, di emigrare nel "continente" con la famiglia: "il mio superiore era mio marito e le mie possibilità di carriera lì erano bloccate. Serviva dunque una sede dove potessimo trovare posto in due uffici separati. Ma la molla vera é stata in realtà il desiderio di offrire maggiori opportunità di studio e di lavoro ai figli tutti nati e cresciuti in Sardegna". Il legame con l'isola è rimasto fortissimo. Il manifesto di questa recisione consensuale eppure sofferta è squadernato nelle preparazioni già pronte sistemate su un tavolino in salotto: le aringhe in insalata; la burrida (un pesce povero della famiglia dei palombi, il gattuccio, lessato e insaporito in una marinata calda ottenuta soffriggendo olio, prezzemolo, alloro, aglio tritati, un pesto di fegatino di pesce, noci e un bicchiere di aceto bianco). Gonaria passa alla preparazione delle panadas impastando farina con acqua tiepida e strutto. Le anguille a pezzi, marinate con aglio e prezzemolo, sono già pronte per la farcitura. Dà anche una lezione di preparazione della fregula, una caratteristica pasta sarda simile al cous cous. Gesti antichi che nemmeno in Sardegna si ripetono più perché questa pasta, fatta di semola di grano duro, acqua e zafferano, viene ormai confezionata a livello industriale. "Ci vuole un pò di pazienza, più la si vuole grossa e più si deve aggiungere acqua e semola". "La fregula che fa mia madre - annota Luigi - é più sarda di quella che fanno in Sardegna perché è quasi cristallizzata, ferma cioè a quei gesti della memoria che, stando lontani, si sente il bisogno di reiterare per rinsaldare il legame con le proprie radici. E questo è un modo per preservare una cultura". Con la pasta avanzata prepara i malloreddus lavorandoli sul crivello (il setaccio) "un relitto della casa di mia nonna".
I primi ospiti arrivano alle 20 e 30. Sono Carmelo e la moglie Francesca. Lui siciliano, da trent'anni a Firenze, di professione fa il muratore con l'hobby della cucina. Lei è caporicevimento in un albergo fiorentino. Carmelo ha già realizzato due cene a casa propria e partecipa questa volta in qualità di ospite. Di solito gli ospiti non sono mi più di dieci per garantire quella dimensione domestica che é la peculiarità stessa dell'evento. L'associazione rimborsa le spese per l'acquisto delle materie prime (in genere una per cena di otto persone il budget é contenuto tra i 130 e i 180 euro compresi i vini). E le spese sono pagate con le quote associative versate dai soci (35 euro). Il lavoro di chi si mette ai fornelli é del tutto gratuito. Chi sceglie di farlo, lo fa per pura passione e per suo piacere personale. Avrà poi diritto di partecipare ad una cena a sua scelta. L'associazione non ha nessuno scopo commerciale. "E' solo un modo per mettere in contatto persone con l'interesse comune per la cucina". A una delle cene fatte da uno degli associati erano presenti anche due ospiti canadesi: si erano prenotati via internet direttamente dal Canada.
Mentre aspettiamo le altre due ospiti Carmelo racconta della sua cena siciliana e della sua famigli di origine nella quale si preparavano salumi meravigliosi. Non a caso una delle sue specialità e la salsiccia preparata da lui stesso e messa a cuocere dentro al forno chiusa tra due tegole ben sigillata con il gesso. Si favoleggia di quel pane caldo appena sfornato che gli uomini si portavano al lavoro condito di olio fragrante, pomodori, olive, origano, pezzi di formaggio. Si parla delle abitudini siciliane, di quegli eserciti di familiari che per le ricorrenze di spostavano in massa da una casa all'altra. Si disquisisce di carciofi ripieni "all'uso dei Trovato": si farciscono con caciocavallo siciliano, pancetta, aglio, prezzemolo e menta. Si sistemano "belli abbuttunati abbuttunati" in una pentola cui si aggiunge acqua e si cuociono coperti. Si controlla la cottura staccando una foglia per volta, poi si tirano fuori e si aprono sul piatto a mo' di fiore. "Le mie ricette - dice Carmelo - non fanno parte di nessun libro, né di nessun ricettario. Sono preparazioni che si mangiano solo a casa mia". Si prende in giro sul processo mentale che lo porta a decidere di un piatto da proporre a una serata con gli amici. "Parto da un'idea, poi consulto mille ricette e torno a quella da cui sono partito. Ma chi me lo fa fare, mi dico, di consultare tutti questi libri per tornare a fare la cosa che ho pensato all'inizio?". Carmelo conosce benissimo tutte le erbette selvatiche che si va a cercare nelle campagne toscane. "Me l'ha insegnato mia madre a riconoscerle. Bisogna fidarsi del naso più che dell'occhio. Il naso non sbaglia, si spezza una foglia e la si annusa". Alla sua cena ha cucinato tra l'altro gli asparagi raccolti sul Monte Morello e poi una pasta con le sarde in versione montanara. Si scherza sui ruoli familiari. A cucinare in casa Trovato è rigorosamente il marito: "se cucina lei io mi agito, la controllo, non le dò pace"."E così, dice Francesca, io faccio le lavatrici".
Siamo quasi pronti per la cena. Gonaria mette in forno le fette di pane carasau condite con sale e olio del Chianti: un veloce passaggio in forno ed ecco che il pane prende la strada del centro tavola: una tentazione irresistibile per tutti.
Arrivano Carla e Giuliana, l'una funzionaria di banca e l'altra ricercatrice e direttore del centro di documentazione europea dell'Università di Firenze. Donne interessanti e curiose. Si brinda all'inizio con uno spumante torbato brut. "Se la cena ha un'identità territoriale, il vino deve essere per forza un vino del territorio, ma un vino quotidiano, non un vino impegnativo dal punto di vista del prezzo", spiega Luigi.
Eccoci dunque finalmente a tavola, tranne Luigi e Marina Matteini che, in quanto responsabili dell'associazione, si avvicenderanno nel servizio. Chi ha cucinato ora deve stare seduto a tavola. Tutti i piatti vengono spiegati e ogni curiosità soddisfatta.
Peccato solo - ma capita anche nelle migliori famiglie- che un ospite non gradisca certi piatti. Sulle aringhe - che erano l'antipasto dei pranzi importanti, come spiega Gonaria - Carla ha per esempio qualche tentennamento che diventa vero e proprio rifiuto con la minest'e cocciula, ovvero la fregula fatta in casa con le arselle. Carla non ama infatti neanche i molluschi: "Non riesco a vedere dove sono gli occhi, le mani, non ci capisco nulla". Chiediamo come mai non avessero letto il menu su internet nel sito dell'associazione. Rispondono di aver letto solo un trafiletto su Repubblica e di essere rimaste sedotte dall'idea. 
Arrivano in tavola le panadas di anguilla con il contorno di favette fresche e un fuori programma, i cardi cosparsi di un trito di uovo sodo e erbette.
"Ma le anguille hanno la lingua biforcuta?", scherza qualcuno. E per fortuna arriva il trionfo di dolci: pistiddu, una sfoglia con ripieno di semola cotto nel miele e aromatizzato allo zafferano e Thiriccas di sapa, una sfoglia con ripieno di semola cotto nella sapa con scorza d'arancio. Oltre naturalmente ai sospiri. E lì di idiosincrasie non c'è neppure l'ombra. 


Raffaella Prandi - Gambero Rosso - gennaio 2004

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