| Cinquanta metri
sotto di me le onde rompono sulla roccia lavica in alti spruzzi,
lucenti e brevi come fuochi d'artificio: un mare terribile che sfoggia
tutta la sua potenza, verde, scuro e variegato di bianco dove la
schiuma ancora permane.
La casa e' a un piano, grossi blocchi di pietra appena sbozzati,
e pare opera della natura, tanto con essa
si confonde, acquattata come i rosmarini, solida come il
basalto su cui poggia.
Non e' grande, un nido d'aquile,
nemmeno raggiunta dalla corrente elettrica, prodotta da un
generatore.
La parete anteriore e' un'unica, lunga fascia di vetro, interrotta
al centro dal monolito in pietra del caminetto.
Confortevole, calda ed essenziale per godere di una natura bellissima:
altro non serve, oltre al quadro in movimento che ho davanti.
Il sole affoga dietro a una cortina di nuvole gonfie di pioggia,
più scure al centro, sfumate ai bordi, dove la luce le fa sembrare
d'argento fuso.
Altro argento è laggiù, nell'orizzonte liquido tracciato dalla scia
di un mercantile.
Sono appena tornato dalla spiaggia con un carico di radici contorte
e bianche come ossa antiche, strappate alla terra da passate tempeste
e poi restituite.
Più tardi bruceranno sugli alari e insieme a un bicchiere di rhum
tiepido accompagneranno i miei pensieri verso la notte.
Ho camminato a lungo, per nulla intimidito dalle raffiche che pizzicavano
il viso, lasciando che il vento umido e salso giocasse tra i capelli,
felice di sentirmi parte di quel mondo fiero che sembra recitare
per me soltanto.
Non e' difficile stare soli con se stessi, in un luogo così suggestivo,
perché in realtà non si e' davvero soli; la solitudine vera, quella
che pesa, e' la solitudine dell'anima, che ci fa sentire orfani
del mondo, abbandonati e inutili. Non lì, lì ogni cosa m'accompagna,
dal profumo inebriante della macchia al rombo altalenante dei frangenti
al mutare continuo e casuale delle nuvole.
La comunione con quei luoghi, non importa se per tre giorni soltanto,
é così forte che per un attimo una fitta di sofferenza anticipa
il momento del distacco.
Procedo per il sentiero e ho la sensazione di essere osservato:
è un'impressione o i nodi di quel vecchio ginepro contorto sembrano
occhi?
E quei due gabbiani lassù, non mi stavano forse sorridendo?
E la lucertola che mi fissava dall'alto di una roccia?
Macché, tutta suggestione, però...
Ho fame, la camminata ha lasciato il segno ma
al tempo stesso non voglio perdere un attimo di quello spettacolo, mentre le luci affievoliscono e il sipario nero scende sulla scena.
Qualcosa di veloce, ma che sia stuzzicante, semplice e sofisticato,
potente ed armonioso come questo mare incazzato.
Potrebbe essere:
ANANAS
CON ZENZERO E COINTREAU
Ananas
ben matura, dolce e profumata, affettata in tranci corposi, due
centimetri circa di spessore.
Per ogni fetta una cucchiaiata di salsa preparata poco prima, ad
evitare che il Panela sciolga del tutto;
i granelli resteranno in parte integri e il leggero croccantino
contrasterà con il succoso morbidume della polpa e il dolce del
Panela con il piccante dello zenzero.
Qualche minuto prima di servire, sistemo la salsa sui tranci così
che i sapori abbiano il tempo di spandersi e penetrare l'anima dell'ananas...
Salsa
dolce-piccante:
-zucchero
integrale di canna Panela (Panela e' la marca: diverso da
ogni altro: secondo me il migliore in assoluto),
-uva sultanina turca, la più profumata e grande. Tritata finemente.
-pinoli (o pistacchi) tritati anch'essi.
-radice di zenzero grattugiata.
Unite gli ingredienti, bagnandoli con il Cointreau.
Ben rimestando. La quantità di zenzero grattugiato dipenderà dai
gusti di ciascuno ma fate attenzione perché se picca troppo copre
tutto il resto.
Un trebbiano di Romagna demi-sec, leggero ma profumato e arioso,
sarà perfetto.
Magari un po' spumante, ma poco.
Se poi vorrete dare maggior corpo ed importanza a questo piatto,
fate scivolare sotto all'ananas una spessa fetta di prosciutto cotto,
magari affumicato di Praga, del medesimo diametro,
che avrete fatto velocemente saltare in padella assieme a
due cucchiaiate di cointreau. |